sabato 1 settembre 2012

Fred's Weird Pages #4


A cura di Federica Frezza

Titolo:  L'amuleto di Samarcanda (Trilogia di Bartimeus #1)
Autore: Jonathan Stroud
Prezzo: 16.50€
Dati: 2004,449p.,rilegato
Editore: Salani (collana Mondi Fantastici Salani)

Leo ha definito la saga di Bartimeus immensa. Ed io ho riflettuto a lungo se fosse il caso o meno di aggiungere la mia voce al coro di chi dica la sua su questa storia.
Non ho saputo resistere.
La sequenza mi era stata consigliata mille volte, ed io, con il consueto affidabilissimo istinto al contrario, l'avevo sempre lasciata in fondo alla lista, con scetticismo.
A quest'ora avrei dovuto imparare che di solito, quando faccio così, sono sul punto di scoprire qualcosa che mi cambierà un po' la vita, ma niente, la lezione ancora non mi entra.
Ho ceduto appena è diventato un po' più complicato di prima ottenerne copie cartacee. Sono riuscita ad aquistare il primo volume usato via Amazon, e la copertina mi ha bisbigliato qualcosa in un orecchio. Forse era la faccina irriverente, un po' pericolosa, di Bartimeus in versione gargoyle, forse il fatto che l'amuleto stretto tra le sue zampe fosse colorato di oro luccicante.
Insomma, appena arrivato ha spinto via tutti gli altri titoli e si è preso la mia attenzione, per non lasciarla più.
Per fortuna, mi sento di dire, sono ancora lontana dalla conclusione della saga. Al momento sto centellinando come un'alchimista le ultime pagine dell'Occhio del Golem.
Eppure penso di poter spendere due parole su quello che è stato il viaggio fin qui, almeno per me.
La saga di Bartimeus rischia di incappare in perplessità o diffidenze quando ci si accorga di due fattori:
  1.     È ambientata in un universo alternativo dove la classe dei maghi è al potere.
  2.        È stata scritta dopo Harry Potter.

Ma a mio parere questi timori sono completamente infondati. È vero, i maghi governano gli uomini, ma sono quanto di più distante dalle figure autoritarie (buone o cattive che siano) di Hogwarts. I maghi sono un'aggressiva oligarchia di arrivisti, bugiardi, supponenti e superbi, spesso animata da gelosie ed avidità, certo non dal desiderio di governare la res publica con giustizia.
Sono perfettamente umani nella loro perdita di prospettiva quando inondati di potere.
Un potere che peraltro non è il loro: con violenti incantesimi che bruciano come catene incadescenti, costringono creature magiche di varia natura a servirli, prendendo possesso delle loro abilità magiche senza possederne alcuna.
Il nostro protagonista (sono restia a dire il suo nome!)... Beh, si chiama Nathaniel, ed è un apprendista mago. Il suo vero nome è un segreto scottante (o avrebbe dovuto esserlo), perché all'età di dodici anni riceverà quello che sarà il suo nome nella comunità magica. La differenza tra i due è che il primo permetterebbe a chiunque di colpirlo con maledizioni ed incantesimi, rendendolo incredibilmente vulnerabile, e deve quindi venire sepolto da un sicuro soprannome ereditato dai maghi del passato.
Il maestro di Nathaniel però non lo alleva come lui meriterebbe: non ne coltiva l'ambizione, l'incredibile memoria, la precisione e la sua sete di conoscenza non viene mai sedata.
Peggio, non lo difende contro i soprusi dei maghi che gli sono superiori per semplice viltà.
Nathaniel viene quindi presto investito da un irresistibile desiderio di vendetta, e per soddisfarlo sforza le proprie doti evocando Bartimeus, un genio potentissimo per un mago della sua età.
Bartimeus è chiacchierone, sfacciato, strafottente, e detesta la classe dei maghi che da millenni usurpa la magia della sua specie (quando sia lui a raccontare le sue note a piè di pagina sono una chicca dietro l'altra).
I due, uniti nell'odio, collaborano recalcitranti, e la storia procede a grandiose falcate, allargando l'orizzonte dei protagonisti e del lettore e portando entrambi lontani da dove si è partiti, quindi sulla trama preferirei non dire altro.
D'altronde non è soltanto la trama a rendere la saga di Bartimeus così irresistibile. È qualcosa di diverso, qualcosa che deve essere tessuto tra le parole rimanendo invisibile. Anche quando non succeda niente per parecchie pagine, ed è relativamente frequente, non succede niente in modo sopraffino. La terminologia usata (che confido rimanga in traduzione) è arcaica, ricercata, raffinatissima. I personaggi scappano dal libro, disegnati alla perfezione. I luoghi sono descritti con l'abilità di chi li conosca a menadito e si muova con sicurezza. I famigerati spiegoni restano credibili e mai pesanti. L'alternarsi di una voce narrante all'altra permette uno sguardo privilegiato su personaggi e vicende che rende il tutto ancora più gustoso.
La saga di Bartimeus è uno di quei libri che ho paura di finire.
È una compagnia da cui non voglio separarmi.
Se ancora non hai ceduto, ti invidio moltissimo.

Titolo: Flamingoes in Orbit
Autore: Philip Ridley
Prezzo: NON DISPONIBILE
Dati: 2009,192p.,rilegato
Editore: Hamish Hamilton Ltd
Lingua: Inglese 

Per fortuna Philip Ridley ama Londra. La vive, la descrive, la deforma come un figlio può fare con la propria mamma in un disegno da appendere sul frigo. E si diverte a sparpagliarsi lungo le sue strade sotto forma delle proprie opere, come una manciata di brillantini buttata a caso su una mappa, così che nell'arco di poche settimane potresti vederlo, come è successo a me, incarnato in numerose rappresentazioni teatrali e rassegne cinematografiche.
E potresti decidere, come ho fatto io, di buttarti anche sui suoi libri, se la dose non dovesse bastare.
La prima volta che ho visto Philip Ridley si prendeva cura del suo pubblico un po' traumatizzato dopo Tender Napalm. Si tratta di una rappresentazione minimale, basata su due personaggi che devono elaborare un lutto e che per farlo si abbandonano alla fantasia, improvvisando l'uno sui pregi dell'altro, sui difetti dell'altro, sulle colpe proprie ed altrui, fino a distruggere tutte le sovrastrutture del loro rapporto e ritrovarne le fondamenta; col senno di poi uno dei copioni più dolci che Mr Ridley abbia mai concepito.
Pochi giorni dopo fu il turno di Mercury Fur, un play sconvolgente cui non ero preparata. Purtroppo in quel caso non c'era una chiacchierata con l'autore che potesse alleviare lo shock dell'azione cui avevo assistito, ed ho camminato per ore con una sensazione difficile da descrivere nella pancia, un peso sul cuore forse, quel genere di fastidio che sai di subire per il tuo bene, come quello che segua un'approfondita igiene dentale.
Da lì in avanti ho iniziato ad accumulare tutto quello che di Philip Ridley fosse a disposizione, ho recuperato i suoi film (in particolare quella che lui definisce una Trilogia di Bambini Abbandonati, The Reflecting Skin, The Passion of Darkly Noon e Heartless) e qualsiasi libro porti il suo nome. Sono arrivata così a Flamingoes in Orbit, una raccolta di racconti datata 1990.
Le storie lì contenute sono tredici e i temi parecchi di più. Se qualcosa viene ripetuto è soltanto per essere ampliato e problematizzato ulteriormente. Non c'è fine all'interiorizzazione di un problema o di un dubbio, e così ogni punto è violento come un cazzotto nello stomaco. Devi prendere una boccata d'aria tra una storia e l'altra.
I temi che più stanno a cuore all'autore emergono facilmente, risultano evidenti attraverso storie diverse, ma che spesso prendono le mosse da un Quando IO Avevo Dodici Anni ed inevitabilmente accarezzano Mamma, Papà e i grandi sconvolgimenti di quando sei piccolo, una categoria dentro cui potenzialmente può rientrare qualsiasi avvenimento, dall'agghiacciante visione di un incidente in metropolitana alle vicende del vicino di casa.
Alcune frasi raccontano di una violenza sconfinata senza alcuna violenza: dopo il primo clamoroso scontro con quelle frasi, se riesci a riprenderti dall'urto e ad esaminare le parti che le compongono, non sono strutturate con parole particolarmente aggressive, o onomatopee che possano tormentarti per giorni. Sono semplici, nude, terribilmente vere. Ti risuonano in fondo alla gola come una meditazione OM, come se avesse trovato il linguaggio macchina del tuo cervello e su quello stesse insediando immagini e racconti.
Tutto, se necessario, può avere lo stesso devastante impatto, se gli occhi del personaggio che guarda (e i tuoi) sono sensibili e lasciano aperta una breccia verso l'anima troppo profonda perché sia prudente.
Ogni sua storia è il frutto di una dolorosissima digestione, quando si siano mangiate schegge di vetro e fuoco, e ogni boccone era così saporito che alla fine ti ritrovi sconvolto senza riuscire ad indicare precisamente il perché. 
Anche se come già detto ci sono temi che tornano e ambientazioni comuni a più di una storia, ognuna di esse è completa e completamente diversa da tutte le altre, quanto i visi in una folla di persone.
Inoltre uno dei caratteri più sensazionali è che Philip Ridley sembra parlare da Un Altro Posto, quando racconta dei suoi personaggi, dei suoi Io Avevo Dodici Anni Quando.
Questo probabilmente a causa di due principali fattori:
1) La saggezza dei suoi narratori. Sembrano tutti perfettamente coscienti di quello che hanno fatto, del perché e a chi lo stiano raccontando. È molto probabile che scelgano di non spiegarlo chiaramente, ma nel loro scegliere cosa dire e cosa no appaiono in controllo della morale della loro storia, la servono al lettore su un piatto d'argento. Eppure non si gonfiano della presunzione di avere ragione, quasi mai, su niente.
2) Gli eventi nei quali i suoi personaggi sono soltanto pedine fanno di essi prede facilissime. In Philip Ridley il Fato è sovrano, impossibile da sfuggire ed inesorabile nel suo compimento.
L'effetto -tutto è passato, ora finalmente capisco- credo sia quasi inevitabile.
Il che è particolarmente curioso se paragonato ai temi affrontati invece nella trilogia cinematografica di cui sopra: in tutti e tre i casi si tratta di un'avventura alla scoperta della follia e delle sue profondità, i cui narratori sono appositamente NON affidabili.
Interpellato su quei film Philip Ridley ha detto “per nessuno di loro è possibile decidere di che genere siano. Il che per un longometraggio equivale al Bacio della Morte.” 
Beh, neanche per Flamingoes in Orbit mi sento in grado di identificare un genere.
Ed in fondo chi ha bisogno di un genere? Un genere è come un ballo di gruppo, con mosse preordinate che ciascuno non può che ripetere con una minima dose di personalizzazione, per ottenere soltanto che i partecipanti si inchinino l'uno all'altro in modo spento e vuoto quando la musica si fermi.
Queste storie non hanno bisogno di un genere. Sono sagome che ballano da sole sotto la pioggia, chissenefrega se in libreria non saprai in quale scaffale sia più corretto archiviarle.
Una storia di Philip Ridley può essere soltanto un Ridley, e può essere soltanto quella storia di Ridley. Proprio come un essere umano, preso da vicino, singolarmente, in tutti i suoi segreti istinti, può essere solo quell'essere umano.

Cosa ne pensi? Lascia il tuo commento.


4 commenti:

  1. la saga di Bartimeus è bellissima..l'ho amayta tanto da chiamare Barimeus il mio gattino...è di quelle che vorresti non finisse mai..insieme alle saghe di belgariad e mallorea (D.Eddings)è tra le mie preferite..

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  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  3. Io amo alla follia La trilogia di Bartimeus, anni fa la lessi tutta d'un fiato e la porto ancora nel cuore. L'autore ha recentemente parlato di un film tratto dalla sua saga e io ci spero vivamente.

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  4. Ridley è uno dei miei scrittori preferiti. Sono anni che aspetto una ristampa di "Crocodilia"... uff! :(
    Però "Fenicotteri in orbita" da noi è uscito, sempre per la Salani. ;)

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