La letteratura d'oltreoceano è innegabilmente un terreno molto fertile per la nascita di nuove e talentuose penne, specialmente se si parla di letteratura americana. In particolare per quest'ultimo caso non si tratta solo di esordi alla “mordi e fuggi”, ma di
autori che riescono ad affermarsi e divenire nomi riconosciuti dai lettori e
dalla critica, basti vedere casi come quello di Jonathan Franzen, Jennifer
Egan, Elizabeth Strout, Richard Cunningham, Aimee Bender o, tra gli ultimi
arrivati, J. R. Moheringer.
Ogni anno l’editoria mondiale sforna un numero impressionante di pubblicazioni, ma spesso ci si ricorda
fin troppo delle mode virali e passeggere e si finisce per dare meno rilevanza
a chi merita davvero. Per questo motivo voglio offrirvi una breve panoramica su
alcuni degli ultimi romanzi più interessanti d’oltreoceano: ovviamente spero
che gli editori italiani li traducano tutti il prima possibile. Per la mia
ricerca mi sono affidato alle recensioni del New York Times e di qualche altro
giornale autorevole, nonché ai principali premi letterari e alle loro nomine.
Personalmente, ho preferito concentrarmi più sulle opere di autori meno conosciuti nel
Vecchio Continente, anche se il 2013 ha portato in libreria anche alcune grandi
conferme come gli ultimi romanzi di Dave Eggers, Joyce Carol Oates e Thomas Pynchon.

Vincitore del National Book Award è invece The Good Lord Bird di James McBride. Questa
volta siamo nel Kansas e seguiamo le vicende di uno schiavo liberato che si
intrecciano a quelle dell’abolizionista John Brown. James McBride sembra
rievocare perfettamente la Storia con una scrittura fresca e magistrale,
personaggi indimenticabili e, secondo il New York Times, evoca gioia pura ad ogni
pagina come un moderno Mark Twain. In Italia di James McBride è arrivato per
Rizzoli sia Miracolo A Sant’Anna e Il colore dell’acqua ma nessuno dei due
ha ricevuto il successo ottenuto in patria e sono tutt’ora di difficile
reperibilità. Speriamo in meglio per questa sua ultima fatica.


Un’altra cosa che ho
scoperto di amare durante quest’ultimo anno da lettore sono le saghe
famigliari, forse perché io stesso
faccio parte di una famiglia vastissima e di conseguenza sono attratto dallo
studiare le dinamiche di certi rapporti. In ogni caso mi piacciono le saghe famigliari, se sono
americane ancora meglio. Ecco perché ho adocchiato tempo fa The end of the point di Elizabeth Graver, scrittrice ancora mai arrivata in
Italia. Anche in questo caso siamo nel periodo della seconda Guerra Mondiale,
più precisamente nella seconda metà del Novecento, e seguiremo le vicende di
tre generazioni della famiglia Porter e del lento disfacimento del loro angolo
di sogno americano, quando la spiaggia paradisiaca sulla quale hanno abitato
per generazioni vede l’arrivo delle armate statunitensi che nel corso di una
stagione cambieranno per sempre il destino dei Porter. Mi incuriosisce assai e poi anche lui ha il
suo bel posto caldo nella classifica dei romanzi più interessanti del NYT.
Potrei continuare con
questa carrellata ancora per molto ma dopo questo titolo giuro che smetto altrimenti
ne esce fuori un post esagerato. Questa volta si tratta di un’autrice che ha vinto il National Book Award con un suo
precedente romanzo, Dopo tutto questo (edito
Einaudi), e che è tornata sugli scaffali con questo Someone, libro dalla premessa molto simile a quella che mi fece acquistare Stoner di John Williams, ovvero la vita ordinaria di una donna ordinaria, che noi incontriamo per
la prima volta mentre, da bambina, attende il padre che torna da lavoro. In più
questo libro ha lo scopo di dimostrarci che siamo tutti sciocchi in un modo o
nell’altro e solo per questo meriterebbe di essere letto. E poi ha una bella copertina. Ah, ed è uno dei libri più degni di nota
secondo il NYC, ma mi sembrava scontato dirlo.






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