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martedì 15 aprile 2014

Donna Tartt vince (prevedibilmente) il Pulitzer, finalista anche Philipp Meyer.

La notizia ha già fatto il giro del web ma nel caso aveste passato le ultime ore sotto un sasso, sappiate che Donna Tartt si è aggiudicata l'ambito Pulitzer Prize  per la categoria "Fiction" grazie al suo ultimo romanzo, The Goldfinch, da poco uscito in Italia per Rizzoli con il titolo de Il cardellino, un mattone di oltre 800 pagine. Vi avevamo già parlato brevemente di questo romanzo qui, inserendolo tra le uscite d'oltreoceano più interessanti dello scorso anno. La vincita di The Goldfinch era, difatti, quasi scontata visto l'enorme successo di critica e pubblico che si porta dietro sin dalla sua uscita (Ottobre 2013), accaparrandosi anche una posto tra i dieci migliori romanzi dell'anno secondo il New York Times. Si tratta sicuramente di un grande traguardo per la scrittrice americana, già da tempo conosciuta e lodata in tutto il mondo grazie a The Secret History (tradotto in Italia come Dio di illusioni), ma che con quest'ultima pubblicazione sembra aver partorito il suo masterpiece, una sorta di romanzo-fiume descritto dalla giuria del Pulitzer come "un romanzo di formazione magnificamente scritto che segue la storia di un ragazzo sofferente e del suo rapporto con un famoso quadro di piccole dimensioni fuggito dalla distruzione,  un libro che stimola la mente e tocca il cuore." (clicca qui per il testo originale). A condire il tutto vi è un setting newyorkese magistrale nel rendere l'idea della magnificenza della Grande Mela e, allo stesso tempo, impeccabile nel descrivere le ferite ancora aperte in seguito al disastro dell'11 Settembre. 

Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale.
Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo. Tra le luci dell’Upper East Side di New York e la desolazione della periferia di Las Vegas, tra capolavori rubati e fughe vertiginose lungo i canali di Amsterdam, Il cardellino è un romanzo meravigliosamente scritto che si legge come un thriller. Primo assoluto nelle classifiche di Stati Uniti, Francia e Olanda, osannato dalla critica in patria come all’estero, è l’evento letterario dell’anno.

Tra i finalisti, invece, troviamo Philipp Meyer, già autore di American Rust (Ruggine Americana nell'edizione italiana), con il suo The Son, punta di diamante delle pubblicazioni Einaudi degli ultimi mesi, tradotto letteralmente come Il figlio. Volume anche questo piuttosto corposo (600 pagine nell'edizione italiana), lo avevamo già presentato qui. Le parole della giuria del Pulitzer lo esaltano come "un romanzo multigenerazionale che fa luce sulla violenza e l'intraprendenza del West americano tracciando il percorso di una famiglia dai pericoli letali della frontiera all'immensa ricchezza del boom petrolifero". 

Dalle grandi praterie annerite da immense mandrie di bisonti, agli smisurati ranch di proprietà di un pugno di allevatori che regnavano come monarchi assoluti su schiere di vaqueros, al paesaggio arido e desolato punteggiato dalle torri dei campi petroliferi, la storia del Texasoccidentale è la storia di un susseguirsi di massacri, la storia di una terra strappata di mano piú e piú volte nel corso delle generazioni. E inevitabilmente anche la storia dei McCullough, pionieri, allevatori e poi petrolieri, è una storia di massacri e rapine, a partire dal patriarca Eli, rapito dai Comanche in tenera età e tornato a vivere fra i bianchi alle soglie dell’età adulta, per diventare infine, sulla pelle dei messicani e grazie ai traffici illeciti fioriti nel caos della Guerra Civile, un ricchissimo patrón. Ma se Eli McCullough, pur sognando la wilderness perduta, non esita ad adattarsi ai tempi nuovi calpestando tutto ciò che ostacola la sua ascesa, suo figlio Peter sogna invece un futuro diverso, che non sia quello del petrolio che insozza la terra e spazza via i vecchi stili di vita, e non può che schierarsi con trepida passione dalla parte delle vittime. La storia, però, la fanno i vincitori, ed ecco allora Jeanne, la pronipote di Eli, magnate dell’industria petrolifera in un mondo ormai irriconoscibile, in cui di bisonti e indiani non c'è piú neanche l’ombra, e i messicani sono stati respinti al di là del Rio Grande. Toccherà a lei affrontare, nel modo piú letterale possibile, un tragico e inesorabile ritorno del rimosso.



martedì 10 dicembre 2013

Autori che incantano la critica: alcuni dei romanzi più interessanti della letteratura d'oltreoceano del 2013.

La letteratura d'oltreoceano è innegabilmente un terreno molto fertile per la nascita di nuove e talentuose penne, specialmente se si parla di letteratura americana. In particolare per quest'ultimo caso non si tratta solo di esordi alla “mordi e fuggi”, ma di autori che riescono ad affermarsi e divenire nomi riconosciuti dai lettori e dalla critica, basti vedere casi come quello di Jonathan Franzen, Jennifer Egan, Elizabeth Strout, Richard Cunningham, Aimee Bender o, tra gli ultimi arrivati, J. R. Moheringer.
Ogni anno l’editoria mondiale sforna un numero impressionante di pubblicazioni, ma spesso ci si ricorda fin troppo delle mode virali e passeggere e si finisce per dare meno rilevanza a chi merita davvero. Per questo motivo voglio offrirvi una breve panoramica su alcuni degli ultimi romanzi più interessanti d’oltreoceano: ovviamente spero che gli editori italiani li traducano tutti il prima possibile. Per la mia ricerca mi sono affidato alle recensioni del New York Times e di qualche altro giornale autorevole, nonché ai principali premi letterari e alle loro nomine. Personalmente, ho preferito concentrarmi più sulle opere di autori meno conosciuti nel Vecchio Continente, anche se il 2013 ha portato in libreria anche alcune grandi conferme come gli ultimi romanzi di Dave Eggers, Joyce Carol Oates e Thomas Pynchon.

Uno dei titoli più accattivanti di tutti è sicuramente The Luminaries di Eleanor Catton, che grazie a questo suo secondo romanzo è divenuta la più giovane vincitrice del Man Booker Prize. Si tratta sicuramente di un libro complesso e non solo per la mole di ottocento pagine e passa, ma specialmente per i misteri, gli intrighi, i fraintendimenti, le cospirazioni e la miriade di personaggi minuziosamente caratterizzati che ruotano ad una storia d’amore ambientata in Nuova Zelanda intorno al 1866. La lettura di questo libro non sembra affatto una sfida per chiunque, ma a quanto pare le incredibili doti narrative dell’autrice neozelandese valgono assolutamente almeno una prova. Arriverà in Italia nel 2014 per Fandango.

Vincitore del National Book Award è invece The Good Lord Bird di James McBride. Questa volta siamo nel Kansas e seguiamo le vicende di uno schiavo liberato che si intrecciano a quelle dell’abolizionista John Brown. James McBride sembra rievocare perfettamente la Storia con una scrittura fresca e magistrale, personaggi indimenticabili e, secondo il New York Times, evoca gioia pura ad ogni pagina come un moderno Mark Twain. In Italia di James McBride è arrivato per Rizzoli sia Miracolo A Sant’Anna e Il colore dell’acqua ma nessuno dei due ha ricevuto il successo ottenuto in patria e sono tutt’ora di difficile reperibilità. Speriamo in meglio per questa sua ultima fatica.

Altro grande romanzo americano dell’ultimo anno  di cui è impossibile non parlare è il ritorno di Donna Tartt, autrice già conosciuta in Italia specialmente per quello che sembra essere il suo primo capolavoro, Dio di Illusioni. La sua ultima fatica si intitola The Goldfinch, lodata dallo stesso Stephen King come “una rarità che arriva una mezza dozzina di volte per decennio, un romanzo scritto elegantemente che si connette con il cuore e con la mente”.  The Goldfinch, inserito dalla redazione del The New York Times tra i dieci migliori romanzi dell’anno, è la storia di un ragazzo newyorkese che al giorno d’oggi si definirebbe “complicato”, Theo Decker, e del modo in cui la sua vita cambia quando si imbatte in un quadro che lo segnerà profondamente. Esce in Italia in primavera per Rizzoli con il titolo Il cardellino.

Se siete su Goodreads sarete sicuramente inciampati almeno una volta in Life after Life di Kate Atkinson, anche questo inserito tra i dieci migliori libri del 2013 secondo il NYT. Si parla di vita dopo la morte, letteralmente: nata nel 1920, la protagonista, Ursula Todd, continua a morire e a tornare in vita in una delle varie direzioni che la sua vita avrebbe potuto prendere, il tutto durante le disastrose vicende del secolo breve, il capitolo più mostruoso della storia umana. Riuscirà Ursula a salvare il mondo dal suo inevitabile destino? O meglio, sceglierà di farlo oppure no? E soprattutto, come si fa a resistere ad una trama del genere? I diritti di questo romanzo sono stati acquistati da un editore italiano e immagino si tratti di Einaudi, che ha pubblicato le opere precedenti di questa autrice inglese.


Tell the wolwes I’m home è l’unico titolo fino ad ora che non può vantare alcun premio di particolare importanza né una menzione del NYT. Poco male, perché questo romanzo di Carol Rifka Brunt ha comunque vinto l'Alex Award, premio che viene dato ai romanzi per adulti che riescono a cogliere le sensibilità YA (mi sembra un premio un po' assurdo, non trovate?) ed è stato nominato tra i migliori romanzi dell’anno da testate valide come il The Wall Street Journal, O: The Oprah Magazine e il Kirkus Reviews. Si tratta di un romanzo di amore, malattia e speranza, capace di trattare degnamente due tematiche a me molto care, l’AIDS e l’omosessualità, incastonate in una storia ambientata nell’America perbenista degli anni ’80, quando parlare di argomenti come questi era ancora considerato un tabù. La protagonista, la quattordicenne June Elbus, è sempre stata convinta di essere il centro del mondo di suo zio Finn, almeno fino alla sua morte. June si ritroverà, però, a fare i conti con il più grande segreto di suo zio, il vecchio amore per l’uomo che è stato anche la causa della malattia che lo ha ucciso e di cui nessuno sembra voler parlare.  Fortunatamente la Piemme ne ha già acquistato i diritti e lo pubblicherà a Gennaio con il titolo Promettimi che ci sarai. Speriamo non passi inosservato.


Come sapete, il 2013 è stato anche l’anno in cui mi sono avvicinato al genere del racconto e ho scoperto di adorarlo. A Guide to be born di Ramona Ausubel è stata una delle raccolte più accreditate di quest’anno tanto da essere inserita tra i libri più degni di nota del 2013 dal NYT. Ciò che ritengo davvero interessante è che si tratta di short stories organizzate attraverso gli stadi della vita: amore, concepimento, gestazione, nascita. Basta leggere la quarta di copertina per capire che si tratta di racconto piuttosto bizzarri, non a caso la Ausubel è stata paragonata ad altre autrici come Aimee Bender e Karen Russel. Insomma, se non si fosse capito, mi incuriosisce parecchio. Un romanzo di questa autrice, Il sole ci verrà a cercare, è già stato portato giusto quest’anno in Italia da Garzanti, quindi non ci resta che sperare.

Un’altra cosa che ho scoperto di amare durante quest’ultimo anno da lettore sono le saghe famigliari, forse perché  io stesso faccio parte di una famiglia vastissima e di conseguenza sono attratto dallo studiare le dinamiche di certi rapporti. In ogni caso  mi piacciono le saghe famigliari, se sono americane ancora meglio. Ecco perché ho adocchiato tempo fa The end of the point di Elizabeth Graver, scrittrice ancora mai arrivata in Italia. Anche in questo caso siamo nel periodo della seconda Guerra Mondiale, più precisamente nella seconda metà del Novecento, e seguiremo le vicende di tre generazioni della famiglia Porter e del lento disfacimento del loro angolo di sogno americano, quando la spiaggia paradisiaca sulla quale hanno abitato per generazioni vede l’arrivo delle armate statunitensi che nel corso di una stagione cambieranno per sempre il destino dei Porter.  Mi incuriosisce assai e poi anche lui ha il suo bel posto caldo nella classifica dei romanzi più interessanti del NYT.

Potrei continuare con questa carrellata ancora per molto ma dopo questo titolo giuro che smetto altrimenti ne esce fuori un post esagerato. Questa volta si tratta di un’autrice che ha vinto il National Book Award con un suo precedente romanzo, Dopo tutto questo (edito Einaudi), e che è tornata sugli scaffali con questo Someone, libro dalla premessa molto simile a quella che mi fece acquistare Stoner di John Williams, ovvero la vita ordinaria di una donna ordinaria, che noi incontriamo per la prima volta mentre, da bambina, attende il padre che torna da lavoro. In più questo libro ha lo scopo di dimostrarci che siamo tutti sciocchi in un modo o nell’altro e solo per questo meriterebbe di essere letto. E poi ha una bella copertina. Ah, ed è uno dei libri più degni di nota secondo il NYC, ma mi sembrava scontato dirlo.