martedì 13 maggio 2014

Le Cose Cambiano: intervista all'editor Linda Fava

Le cose Cambiano è un progetto della ISBN Edizioni, casa editrice che ho sempre stimato  per il catalogo ricercato e variopinto, in collaborazione con Il Corriere della Sera
L'idea è in realtà di origini statunitensi, in particolare dello scrittore e giornalista Dan Savage e da suo marito Terry Miller, che hanno voluto dare un contributo concreto alla lotta contro l'omofobia, in particolare a quella subita in età adolescenziale, caricando su YouTube un video in cui raccontavano la loro esperienza da giovani omosessuali e invitavano tutti i ragazzi LGBT a resistere, a tenere duro, a non arrendersi perché "it gets better" , ovvero, le cose cambiano. Il video ha avuto un successo incredibile ed è così che è nato It Gets Better, un progetto a cui hanno contribuito persone normalissime (LGBT ed etero), ma anche gente dello spettacolo e politici che hanno mandato il loro "video della speranza", promosso l'iniziativa o contribuito con una testimonianza scritta all'omonimo libro. Così l'idea è arrivata a quelli della casa editrice ISBN, che hanno deciso di portare il progetto qui in Italia creando un sito web dove raccogliere i video (lecosecambiano.org) e traducendo il libro ampliandolo con testimonianze nostrane (tra le quali quelle di Walter Siti e Aldo Busi).
Quando ho saputo dell'iniziativa mi è si è scaldato il cuore. Ormai in Italia si è fin troppo bravi
Essere uomini non
è una questione di tendenze sessuali.
a essere "tolleranti" (come se ci fosse qualcosa da tollerare, poi) con frasi come "Io non ho nulla contro i gay" (spesso seguita da un rivelatorio  "l'importante è che non diano fastidio", come se si trattasse di animali potenzialmente pericolosi). Eppure è estremamente attuale la polemica contro la scelta di alcuni professori del Liceo Classico Giulio Cesare (Roma) di assegnare agli studenti come lettura facoltativa il romanzo gay-friendly della Mazzucco, Sei come sei. D'accordo che gli studenti in protesta erano mossi dalla neo-fascista Forza Studentesca, il che sarebbe bastato a stendere un velo pietoso sulla questione, ma in un paese effettivamente civile la protesta sarebbe stata disdegnata e archiviata. Ovviamente non è stato così e si sono riaperte le danze di adulti pronti a dare addosso alla scelta dei suddetti professori, accusati
perfino di spingere i giovani all'omosessualità, con argomentazioni prive di fondamento e mosse dalla più becera ignoranza. 
Perché è sempre questo il problema di fondo. L'ignoranza. E quale strumento migliore per combatterla se non un buon libro, ricco di testimonianze volte a dimostrare che non c'è davvero nulla di immorale, pericoloso, innaturale o malato nell'essere se stessi? Meglio ancora se questo libro è collegato ad un notevole e attivo apparato digitale molto presente sui social-newtork.
Ecco perché un progetto-salva-vita come Le Cose cambiano è fondamentale, sia per i giovani LGBT che non riescono ad accettare ci che sono a causa dell'ignoranza altrui, sia per chi quell'ignoranza la diffonde, ed ecco perché ci tenevo ad intervistare Linda Fava, editor della ISBN e curatrice del progetto. Non volevo che la pubblicazione della ISBN passasse inosservata tra queste pagine e trovo sia importante partecipare attivamente alle iniziative che si approvano, specialmente quando hanno come fine il cambiamento. Perché "le cose cambiano", certo, ma cambiandole. 


Ciao Linda, benvenuta. Allora, partiamo dalle basi. Com’è sorta l’idea di creare una versione italiana del progetto americano It Gets Better? Da dove nasce la collaborazione tra la ISBN Edizioni e Il Corriere della Sera?

L'idea di lanciare Le cose cambiano si è costruita per gradi: prima, attraverso un articolo di Matteo B. Bianchi, abbiamo scoperto che esisteva un libro che si chiamava It Gets Better che raccoglieva una serie di storie non banali sull'identità e l'orientamento sessuale. In casa editrice l'abbiamo letto, ci è piaciuto, e sentendolo nelle nostre corde, abbiamo deciso di tradurlo. Poi ci siamo resi conto che poteva essere una lettura davvero utile per far crescere la cultura LGBT in Italia e aiutare tutti i ragazzi che si sentono diversi, sbagliati e non hanno punti di riferimento e modelli a cui ispirarsi, ma che avrebbe potuto esserlo molto di più se avessimo incluso nel volume anche testimonianze più vicine a loro, di autori italiani. Quindi abbiamo deciso di fare “scouting” di storie di persone gay, lesbiche, bisessuali, trans (ma anche etero) italiane. Contemporaneamente, è maturata l'idea di raccoglierle in formato video, come avevano fatto, con un successo fenomenale, i curatori americani Savage e Miller. Perciò abbiamo lanciato il sito lecosecambiano.org, affiliato all'americano It gets better, che non è servito solo a trovare le storie che sono finite nel libro, ma ha dato vita a una vera e propria comunità, a un movimento quasi, di persone che hanno voglia di condividere il proprio vissuto di coming out, discriminazione, emancipazione, con chi sta affrontando quei momenti cruciali della propria vita e ha bisogno di confronto e storie a cui ispirarsi. Più ampia sarebbe stata la diffusione del progetto, più persone avremmo potuto aiutare, così abbiamo raccontato la nostra idea al Corriere della Sera (chi ha più influenza mediatica del giornale più letto d'Italia?), che nel giro di una settimana ha aderito entusiasticamente e ha lavorato insieme a noi per portare questo archivio digitale (e cartaceo) di storie positive sullo schermo e tra le mani dei ragazzi, dei genitori e degli insegnanti che erano alla ricerca di uno strumento come questo per combattere l'omofobia.


Il vostro è un progetto che mescola la potenza della rete e l’insostituibile forza della letteratura: quanto credi sia importante, specialmente in questi tempi di trasformazione dell’editoria stessa, il connubio tradizione-innovazione? 


Quello che è importante è raccontare le storie giuste al momento giusto alle persone che hanno bisogno di ascoltarle. La rete è il mezzo per raggiungere più persone possibili (specie i ragazzi, che hanno più familiarità con il web che con la libreria), e la buona scrittura, la narrazione, è uno strumento per colpirle in profondità, commuoverle, farle riflettere, suscitare reazioni genuine. La verità, l'autenticità delle storie che abbiamo raccolto è il punto di forza di questa operazione, la bellezza della forma in questo progetto era un requisito accessorio, ma abbiamo cercato di soddisfarlo il più possibile chiedendo di partecipare anche a chi le storie non solo le ha vissute, ma sa come raccontarle, a degli scrittori. 


Com’è possibile che nella maggior parte delle testimonianze sia il proprio il nucleo famigliare, che per natura dovrebbe offrire sostegno e amore, a costituire il posto dove si ha più paura di uscire fuori ed essere se stessi? 

Credo che responsabile sia, essenzialmente, la mancanza di una cultura delle differenze nel nostro paese. Mancando la consapevolezza di cosa significa essere gay, ed essendo invece largamente diffusi i pregiudizi sull'omosessualità, e tutta una serie di stereotipi che non riflettono la realtà, ciò che spesso ha la meglio, nei genitori dei ragazzi gay, è la paura. Ma anche un genitore aperto e consapevole, la cui visione non è influenzata da pregiudizi, avvertito del contesto culturale italiano, può finire per temere che il proprio figlio rischi di essere svantaggiato – nel mondo là fuori – a causa del suo orientamento sessuale. Ciò che spesso le famiglie non capiscono è che molti ragazzi sono in grado di difendersi dagli attacchi della società, selezionando tra chi li circonda le persone da frequentare e quelle da evitare, costruendosi attorno un ambiente che li rispecchia e li rispetta; mentre ciò che fa loro più male è proprio la mancanza di incoraggiamento e comprensione delle persone a loro più vicine, della loro famiglia, del mondo “di dentro”, che per un adolescente è molto più importante del mondo “di fuori”.


Quali credi siano le differenze tra l’essere un ragazzo LGBT in America ed esserlo, invece, in Italia? Quali credi siano i passi importanti da fare nel nostro Paese rispetto a tale questione, sia politicamente ma, soprattutto, culturalmente? 

L'America è un paese talmente vasto che è impossibile generalizzare. Non credo che essere gay in Utah o in Oklahoma sia più facile che esserlo in Italia. Nella maggior parte del territorio statunitense, in realtà, i matrimoni e le unioni tra persone dello stesso sesso sono vietati. Se quando parliamo di America, però, parliamo di California, o dello stato di New York, bè, quelli sono esempi di posti in cui la cultura sull'omosessualità è cresciuta di pari passo alla cittadinanza delle persone omosessuali. Come scrive Vittorio Lingiardi nella sua introduzione scientifica al libro, “il vuoto legislativo, produce un vuoto semantico, che diventa un vuoto esperienziale. Un vuoto di cittadinanza.” Il mancato riconoscimento delle relazioni omosessuali da un punto di vista giuridico implica la delegittimazione degli omosessuali come persone, e favorisce la discriminazione e il disprezzo, da parte della società ma anche da parte di loro stessi. L'omofobia e il bullismo omofobico prolificano in quel vuoto di cittadinanza, di linguaggio, e di esperienza, in una parola di cultura.

It gets better è nato per diffondere la consapevolezza che esiste l'universo LGBT, e che esiste anche un intero filone narrativo che tratta di queste tematiche a maglie più o meno ampie, cosa pensate di fare per far conoscere tutto ciò al pubblico più generale (quello, per dire, più becero che compra a scatola chiusa le poche volte che va nelle librerie)? Avete, insomma, un programma attivo per sensibilizzare il lettore medio, che molto spesso ignora qualsiasi scritto all’infuori dalla classifica dei best-seller? 
Per incontrare questo progetto e questo libro ci vuole un gesto attivo: bisogna cliccare sul link a un sito o addirittura prendere in mano il volume in libreria, e dubito che chi non è mai stato interessato all'argomento possa essere smosso dalla mera esistenza del nostro libro, se non, magari, grazie al lavoro di promozione del progetto e di dibattito sui temi di omofobia e diritti civili che ha fatto e continua a fare il Corriere della Sera. Perciò purtroppo non credo che basterà questa nostra iniziativa a far cambiare idea al cittadino omofobo. Quanto meno al cittadino omofobo di oggi. Speriamo ci siano più chance di arrivare al cittadino omofobo di domani, di prevenire quell’atteggiamento, diffondendo nelle scuole dei modelli culturali LGBT che sconfiggano quelli stereotipati e rispecchino la realtà. In questo senso il libro e l'archivio di testimonianze video possono essere un buono strumento e, grazie ad alcuni partner determinati come il comune di Roma, stiamo portando il libro e un format didattico costruito attorno al progetto nelle prime scuole: il 5 marzo il comune di Roma ha dato il via a Le cose cambiano@Roma, una serie di incontri di dibattito e condivisione che si svolgeranno in 24 istituti romani, tutti quelli che hanno aderito all'iniziativa. È il primo passo che Le cose cambiano muove dentro le scuole, dopo qualche esperimento di presentazione del libro e di partecipazione ad assemblee di istituto fatto nei mesi scorsi. Speriamo, piano piano, di riuscire a portare il progetto nelle scuole di tutta Italia, ma per questo abbiamo bisogno risorse e partner altrettanto testardi. 

Il finale di ogni esperienza contenuta nel libro promette un cambiamento, un miglioramento, una sorta di “vedrai che le cose si aggiusteranno, è solo questione di tempo”. E’ davvero così o, semplicemente, crescendo si diventa più forti? E’ giusto, a tuo parere, accontentarsi di una felicità prospettata nel futuro? 

Le testimonianze contenute nel libro sono dirette soprattutto ai ragazzi che stanno vivendo un momento difficile, sarebbe bello dire che è anacronistico incoraggiare chi si sente così, ma purtroppo i ragazzi in quella situazione sono tanti. E per chi sta vivendo un presente buio, immaginare un futuro luminoso non mi sembra un “accontentarsi”. È ciò che gli serve ad andare avanti e a rendere quel futuro il più prossimo possibile. Forse tu intendi dire che molti degli interventi americani incoraggiano ad avere pazienza fino a quando non sarà finita una certa fase negativa della propria vita, la high school, per esempio, o fino a quando non saranno maggiorenni e potranno andarsene di casa e scegliere il posto dove vorranno vivere e le persone che vorranno frequentare. È vero, è una caratteristica di molte testimonianze che provengono dagli Stati Uniti, me ne sono sorpresa (e un po' dispiaciuta) anch'io: evidentemente il potere psicologico del bullismo nelle high school è qualcosa che bisogna essere davvero forti (o in molti) per scongiurare, e il libro raccoglie anche testimonianze di persone fragili, che rivolgendosi ai più fragili non consigliano di spaccare tutto per prendersi i propri diritti, ma di aspettare e avere fiducia perché un giorno troveranno il coraggio per spaccare tutto e prendersi i propri diritti.  Tra le storie italiane il consiglio di aspettare fino a che le cose non si metteranno meglio è molto meno gettonato, anche perché tutti gli autori del libro sanno bene che aspettando passivamente in Italia si ottiene ben poco, che se non fanno la rivoluzione personalmente (o almeno non ci mettono la faccia) non saranno certo le masse che li circondano a farla per loro. 

Prima di salutarci e dato che siamo su un blog letterario, avresti qualche altro testo LGBT (romanzo, saggio, raccolta di racconti) da consigliarci caldamente?

Certo, ecco alcuni titoli e autori che consiglio caldamente, in ordine sparso. Non necessariamente sono titoli “a tema” LGBT, anche perché catalogare la letteratura in questo modo mi pare anacronistico, ma contengono storie d’amore tra uomini e storie d’amore tra donne o personaggi omosessuali particolarmente riusciti. Troppi paradisi di Walter Siti e Generation of Love di Matteo B. Bianchi (in generale tutto di questi due autori). Il memoir di Jeanette Winterson Perché essere felice quando puoi essere normale?, che io ho trovato più interessante dei suoi libri di finzione (che comunque sono delle buone letture di formazione, soprattutto Non ci sono solo le arance). Tutti i fumetti di Alison Bechdel (Fun Home, la raccolta delle strisce di Dykes e Sei tu mia madre?) e un grande classico per chi legge anche in lingua (perché non è mai stato tradotto in italiano): Zami: A New Spelling of My Name (una biomitografia) di Audre Lorde, un’autrice imprescindibile della controcultura americana. Poi, dopo aver seguito ossessivamente la serie di Netflix Orange is the new black (che contiene una meravigliosa storia lesbica) sto leggendo, sempre in inglese, il libro da cui la serie è tratta, di Piper Kerman, un bel reportage dal carcere. Tra le scrittrici italiane, mi piace molto Cristiana Alicata, anche lei presente nella raccolta Le cose cambiano, in particolare il suo Verrai a trovarmi d’inverno. Ah, naturalmente è consigliatissima anche l’intera produzione di Michael Cunningham. E come sopravvivere senza aver letto almeno una volta Seminario della gioventù, il capolavoro di Aldo Busi?

venerdì 18 aprile 2014

Recensione: Felici i felici - Yasmina Reza

Titolo: Felici i felici
Autore: Yasmina Reza
Prezzo: 18,00 €
Pagine: 163, brossura
Editore: Adelphi (collana Fabula)

Trama: "Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell'amore. Felici i felici": le due ultime "beatitudini" di Borges, che Yasmina Reza inscrive sulla soglia di questo romanzo, ci indicano la via per penetrare nel fitto intreccio delle vite che lo popolano. Perché la felicità - nell'amore o nell'assenza di amore, all'interno di una coppia o al di fuori di ogni legame - è un talento: e di tutti i personaggi che a turno consegnano al lettore confessioni a volte patetiche, a volte grottesche, a volte atrocemente comiche, si direbbe che quasi nessuno lo possegga. In un sottile gioco di echi, di risonanze, di contrappunti - tra amori inaciditi e rancori mai sopiti, illusioni spezzate e fughe nel delirio -, le voci che si avvicendano, quasi incalzandosi, tessono un ordito i cui fili (tenui in alcuni casi, in altri pesanti come catene) collegano molteplici destini, tutti segnati dall'impervia difficoltà dell'incontro con l'altro. Con una scrittura di chirurgica precisione, capace di muoversi tra i registri più vari, in un susseguirsi di scene in cui sempre lampeggia il genio della donna di teatro, Yasmina Reza è abilissima nel far affiorare, appena sotto la superficie smaltata delle apparenze, solitudine e violenza, disperazione e risentimento; e riesce a condurre la ronde dei suoi personaggi - mogli inquiete e mariti perplessi, amanti insoddisfatte e libertini mediocri, giovani in fuga dalla vita e vecchi abitati dalla morte.

Recensione:

'Felici gli amati e gli amanti e coloro che possono fare a meno dell'amore.
Felici i felici"
J. L. Borges

Una delle abilità che maggiormente apprezzo in uno scrittore, è la capacità di raccontare il quotidiano: un bravo scrittore riesce a svelarti le piccole verità universali che si nascondono dietro ad una scenata di una coppia in fila al supermercato, le piccole verità che trapelano dai sorrisi  tirati di una coppia che sembra perfetta, i mille significati di una crisi di nervi di un signore di una certa età durante una partita a carte, le intensioni e i pensieri che si celano dietro lo sguardo furtivo di ragazzo seduto accanto a te in una sala d'aspetto.
Questi scrittori sono in grado di raccontare la vita usando toni, espressioni e parole, che ti fanno prendere coscienza delle miriadi di storie che ci circondano ogni giorno, quando camminiamo tra la folla.
Yasmina Reza, forte della sua esperienza di sceneggiatrice teatrale costruisce una commedia emblematicamente corale, in cui i personaggi si avvicendano sul palco, quasi uno per volta; alla fine di ogni racconto (o monologo, che dir si voglia)  si allontanano dietro le quinte, e spariscono. Sai che ci sono, anche se non li vedi più: da qualche parte, nascosti nell'ombra dei pesanti tendaggi, vivono le loro vite di personaggi immaginari, spesso ironicamente (e perché no, tragicamente)  simili a quelle delle persone reali.
Siamo quindi contemporaneamente spettatori e comparse di una serie di racconti di vita, sapientemente intrecciati tra loro. Un coro di personaggi che si collegano in qualche modo, l'uno all'altro: mogli, mariti, amanti, conoscenti, amici di famiglia, figli, gente incrociata per caso in uno studio medico o nei corridoi di una clinica. Persone che ti somigliano e che sono contemporaneamente diversissime da te, in grado di mettere sotto i riflettori la propria vita, di fare luce nei punti più oscuri e incomprensibili del loro stesso carattere.

... ho detto, essere felici è un talento.
Non puoi essere felice in amore se non hai un talento per la felicità.

La Reza incasella nella storia una serie di situazioni quotidiane, di piccoli momenti di crisi, di rivelazione, di riflessione, momenti in cui i personaggi si interrogano non solo su quanto sia spesso difficile raggiungere la felicità, ma anche di quanto questa felicità sia quasi essa stessa una entità volubile, prona ad abbandonarci non appena abbassiamo la guardia. È una felicità tangibile quella che Yasmina Reza ci racconta: non è un concetto trascendentale, e il suo non è un libro fatto di sterili discussioni accademiche su come si possa raggiungere quella che per ognuno di noi è una cosa diversa: il concetto di felicità, che sembra costantemente così astratto, ha in questo romanzo tanti volti, tante sfaccettature, tante variabili da cui dipendere.
E non è solo la felicità di questi personaggi ad essere al centro della narrazione: molto più spesso infatti, sono le frustrazioni, la miseria, i risentimenti, i dolori, le amare prese di coscienza ad essere in parte confessate in prima persona, e in parte confidate con poca discrezione dagli altri protagonisti del romanzo.
Mariti frustrati e mogli insofferenti che arrivano al limite di rottura e retrocedono subitaneamente con un sorriso; coppie che nascondono l’infelicità dietro l’apparenza di una vita così perfetta da sembrare comunque artificiale; c’è anche il racconto di chi anela a questa felicità dopo un abbandono, dopo un rifiuto, dopo che si è capito quanto una relazione possa essere più deleteria, che appagante.
Ci sono però anche tradimenti. Tante bugie. Risentimenti, per giunta nemmeno tanto mal celati. Ma la Reza non giudica; la Reza racconta, analizza e ci mette di fronte alla realtà dei fatti. E noi, forse perché un po’ ci riconosciamo in qualche tratto dei suoi personaggi, forse perché conviti dalla  lineare lucidità del racconto, non ci azzardiamo a farlo neanche noi.

Voto:




martedì 15 aprile 2014

Donna Tartt vince (prevedibilmente) il Pulitzer, finalista anche Philipp Meyer.

La notizia ha già fatto il giro del web ma nel caso aveste passato le ultime ore sotto un sasso, sappiate che Donna Tartt si è aggiudicata l'ambito Pulitzer Prize  per la categoria "Fiction" grazie al suo ultimo romanzo, The Goldfinch, da poco uscito in Italia per Rizzoli con il titolo de Il cardellino, un mattone di oltre 800 pagine. Vi avevamo già parlato brevemente di questo romanzo qui, inserendolo tra le uscite d'oltreoceano più interessanti dello scorso anno. La vincita di The Goldfinch era, difatti, quasi scontata visto l'enorme successo di critica e pubblico che si porta dietro sin dalla sua uscita (Ottobre 2013), accaparrandosi anche una posto tra i dieci migliori romanzi dell'anno secondo il New York Times. Si tratta sicuramente di un grande traguardo per la scrittrice americana, già da tempo conosciuta e lodata in tutto il mondo grazie a The Secret History (tradotto in Italia come Dio di illusioni), ma che con quest'ultima pubblicazione sembra aver partorito il suo masterpiece, una sorta di romanzo-fiume descritto dalla giuria del Pulitzer come "un romanzo di formazione magnificamente scritto che segue la storia di un ragazzo sofferente e del suo rapporto con un famoso quadro di piccole dimensioni fuggito dalla distruzione,  un libro che stimola la mente e tocca il cuore." (clicca qui per il testo originale). A condire il tutto vi è un setting newyorkese magistrale nel rendere l'idea della magnificenza della Grande Mela e, allo stesso tempo, impeccabile nel descrivere le ferite ancora aperte in seguito al disastro dell'11 Settembre. 

Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall’acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale.
Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l’innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo. Tra le luci dell’Upper East Side di New York e la desolazione della periferia di Las Vegas, tra capolavori rubati e fughe vertiginose lungo i canali di Amsterdam, Il cardellino è un romanzo meravigliosamente scritto che si legge come un thriller. Primo assoluto nelle classifiche di Stati Uniti, Francia e Olanda, osannato dalla critica in patria come all’estero, è l’evento letterario dell’anno.

Tra i finalisti, invece, troviamo Philipp Meyer, già autore di American Rust (Ruggine Americana nell'edizione italiana), con il suo The Son, punta di diamante delle pubblicazioni Einaudi degli ultimi mesi, tradotto letteralmente come Il figlio. Volume anche questo piuttosto corposo (600 pagine nell'edizione italiana), lo avevamo già presentato qui. Le parole della giuria del Pulitzer lo esaltano come "un romanzo multigenerazionale che fa luce sulla violenza e l'intraprendenza del West americano tracciando il percorso di una famiglia dai pericoli letali della frontiera all'immensa ricchezza del boom petrolifero". 

Dalle grandi praterie annerite da immense mandrie di bisonti, agli smisurati ranch di proprietà di un pugno di allevatori che regnavano come monarchi assoluti su schiere di vaqueros, al paesaggio arido e desolato punteggiato dalle torri dei campi petroliferi, la storia del Texasoccidentale è la storia di un susseguirsi di massacri, la storia di una terra strappata di mano piú e piú volte nel corso delle generazioni. E inevitabilmente anche la storia dei McCullough, pionieri, allevatori e poi petrolieri, è una storia di massacri e rapine, a partire dal patriarca Eli, rapito dai Comanche in tenera età e tornato a vivere fra i bianchi alle soglie dell’età adulta, per diventare infine, sulla pelle dei messicani e grazie ai traffici illeciti fioriti nel caos della Guerra Civile, un ricchissimo patrón. Ma se Eli McCullough, pur sognando la wilderness perduta, non esita ad adattarsi ai tempi nuovi calpestando tutto ciò che ostacola la sua ascesa, suo figlio Peter sogna invece un futuro diverso, che non sia quello del petrolio che insozza la terra e spazza via i vecchi stili di vita, e non può che schierarsi con trepida passione dalla parte delle vittime. La storia, però, la fanno i vincitori, ed ecco allora Jeanne, la pronipote di Eli, magnate dell’industria petrolifera in un mondo ormai irriconoscibile, in cui di bisonti e indiani non c'è piú neanche l’ombra, e i messicani sono stati respinti al di là del Rio Grande. Toccherà a lei affrontare, nel modo piú letterale possibile, un tragico e inesorabile ritorno del rimosso.



venerdì 4 aprile 2014

Cinephilia: In grazia di Dio, il ritorno alle radici secondo Edoardo Whinspeare.



"Ogni pietra azza parite."

Edoardo Whinspeare è un regista dai natali austrialiani ma dalla produzione estremamente legata al Salento, dove è cresciuto. Legame che non si spezza affatto con la sua ultima opera, In grazia di Dio che, anzi, fa di questa terra disgraziatamente meravigliosa il cuore pulsante della storia delle protagoniste. Quattro donne, quattro generazioni differenti che si scontrano con il dramma della crisi: costrette a chiudere l'impresa tessile di famiglia e sommerse dai debiti, Adele, Ina Salvatrice e Maria vanno a vivere nella campagna leccese e, tra stenti, sacrifici e contraddizioni si metta in scena una saga famigliare matriarcale incredibilmente realista.
Whinsperare si dimostra eccellente innanzitutto nell'analisi dei rapporti tra le quattro protagoniste, spesso contraddittori, spesso lasciati in sospeso tra amore e rancore, eppure indissolubili, sempre conciliati nel momento in cui bisogna far fronte alle disgrazie e proteggersi l'una l'altra. Realista è anche il ritratto delle quattro differenti generazioni: si parte infatti da Salvatrice - una nonna forte, rappresentazione della solidità delle radici - si passa per le due figlie, la maggiore, Adele, ben conscia di cosa sia il sacrificio, sempre pronta a lavorare, a darsi da fare e rimboccarsi le maniche, la minore, Maria Concetta, in preda alle ambizioni di attrice e ai sogni che stonano con la situazione di crisi, per arrivare infine a Ina, la figlia di Adele, superficiale, egoista e scansafatiche, è colei che più rinnega la famiglia e, allo stesso tempo, colei che finisce sempre per averne più bisogno. I personaggi di Whinspeare e le loro relazioni non subiscono una vera e proprio evoluzione. Se la situazione generale può essere paragonata ad una parabola, i rapporti nel microcosmo famigliare sembrano invece girare su stessi, sempre lontani da una risoluzione definitiva. Sia in città che in campagna, sia nelle disgrazia più nera che nella speranza di una ripresa, vediamo infatti che i frequenti battibecchi tra le quattro donne ritornano in ogni caso, spesso quasi dando l'impressione di seguire sempre lo stesso copione e di ricadere negli stessi errori, come, in fondo, accade in ogni famiglia: ci si perde, ci si ritrova per riperdersi e ritrovarsi ancora e ancora.
Il tema del crollo economico viene portato avanti in quello che appare come un inno, forse un po' semplicistico ma comunque d'effetto, al ritorno alle origini, alla terra e alle radici. La stessa fede che permea la pellicola già dal titolo non è altro che l'affidamento umile e rustico ad un Dio delle persone umili e delle cose semplici: il Dio della collanina del Rosario appesa allo specchietto della macchina, il Dio del tempietto alla Vergine scavato in un muretto di fortuna. La "grazia di Dio" è una condizione di umile serenità, quella che le donne tentano di raggiungere con i pochi mezzi a disposizione (esemplare è il ritorno al sistema del baratto), rinunciando a futili ambizioni e legandosi alla terra che diviene il vero mezzo di salvezza. Questo aspetto viene sottolineato dalla mancata realizzazione dei sogni di attrice di Maria Concetta così come dalla fine del nuovo amore di Adele.
Ho apprezzato la scelta dei dialoghi completamente in dialetto, anche se di tanto in tanto l'inesperienza delle quattro attrici si nota in una recitazione un po' macchinosa, ma il punto forte di tutta la pellicola è la regia molto presente e autoriale. Magistrali sono i primi sui volti scavati dalla fatica di Adele e Salvatrice - la prima in particolare viene colta ad un certo punto mentre è immersa nella campagna in un primo piano che ho trovato indimenticabile  - così come le inquadrature bucoliche che con tempi dilatati colgono perfettamente la sacralità di una terra assolata, feconda e ancestrale.
Insomma, In grazia di Dio si rivela essere l'ennesima piccola perla di cinema italiano contemporaneo purtroppo non premiata dagli incassi.