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mercoledì 29 maggio 2013

Gruppo di lettura su Il Grande Gatsby - Discussione sui capitoli 7-9


A cura di Ilenia Zodiaco
Proprio nei giorni in cui mi apprestavo a terminare la rilettura dei tre capitoli finali de Il Grande Gatsby, un amico mi ha suggerito un docufilm splendido. Anche il titolo non è niente male: Nostalgia for the light. Astronomi e archeologi sono i protagonisti. Entrambi manipolatori del passato. I primi guardano su, in alto. Studiano eventi nello Spazio, talmente lontano dal nostro pianeta da arrivare molto tempo dopo che sono avvenuti. I secondi guardano giù, scavano, cercano tracce di un passato lontanissimo che disotterrano e provano a ricostruire. A questo punto starete pensando: “ma questa è pazza, che sta dicendo?”. Comprendo la vostra irritazione, ci sto arrivando. Quello che mi ha colpito è che la prospettiva che unisce queste due professioni è unica: il presente non esiste. Esiste solo nella nostra mente. Per percepire la presenza della persona che vi sta di fronte, l'occhio impiega un tempo, certo infinitesimale, ma è già lontano da voi, è già “successa”. Ecco, perché il passato e il futuro sono le uniche dimensioni percepibili. Io credo che se Fitzgerald fosse vivo, ci avrebbe scritto un romanzo a riguardo. Intendo, se non avesse scritto già Gatsby.
Jay Gatsby è un dislessico temporale, confonde il passato con il futuro, pensa che si possa replicare, proietta tutte le sue energie in qualcosa che non avverrà mai. Perché questa è la sua natura. La sua devozione verso l'irreale, la sfarzosa pignatta traboccante di speranza e di fantasticherie che è la sua mente e il romantico rifiuto del fallimento, lo rendono l'immortale figura tragica che mi spezzerà per sempre il cuore, non importa quante volte io rilegga la sua storia. Gatsby,  un “figlio di Dio”, un giocoliere d'illusioni. Ha resistito finché ha potuto.
Il quinto e il sesto capitolo (i miei preferiti) si muovono nell'atmosfera del sogno, della reverie. Il sesto, in particolare, è come se fosse narratoci dal canto immortale della voce di Daisy. La chiusa raggiunge vette liriche impossibili da eguagliare con Gatsby che sale “come una scala” in un posto segreto dove avrebbe potuto “succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia”e infine il bacio, al suono di un “diapason battuto su una stella”.  Non stupisce quindi che i tre capitoli finali siano il ruzzolare scomposto, lo sgretolio patetico di questa colossale illusione. Il settimo è il capitolo dello svelamento, della rivelazione brutale. Il più lungo del romanzo. È l'ultimo giorno d'estate; per i poeti, da sempre, la fine delle illusioni. La prima immagine è quella della casa di Trimalcione chiusa. Le luci della casa spente. Non si riaccenderanno mai più. Il riferimento a Petronio ci introduce perfettamente nel capitolo in cui la satira sociale fa da padrona.
Il primo elemento disarmonico che incrina le convinzioni di Gatsby è l'arrivo sulla scena della figlia di Tom e Daisy. Un elemento imprevisto in quanto non esistente nel passato, sempre più difficile da riprodurre ormai. 
La rivelazione più grande, cardine per l'inquadramento del personaggio sfuggente di Daisy, è quella che riguarda la sua voce. Per tutto il romanzo si fa accenno a quest'irresistibile melodia che vince ogni resistenza. Tutti ne sono vittima. Lo stesso Nick, all'inizio, non può far altro che sporgersi verso di lei, attratto come Ulisse. È Gatsby a capire cosa nasconde quel canto da sirena. “È piena di soldi”. Ecco cos'era quel fascino inesauribile, il suo tintinnio, la sua musica di cembali... In alto, in un palazzo bianco, la figlia del re, la ragazza d'oro...
In inglese, la parola “golden” non si riferisce solo al soldo ma anche ad uno stato d'animo, ad una purezza, uno stato originario. “Stay golden” significa in qualche modo, per quanto sia intraducibile, “Resta puro”. Golden è la condizione ideale. Daisy è nata così, ricoperta d'oro. Ecco, allora spiegati i vestiti d'argento, la loro casa in rosso - non solo il colore dei rubini con cui Gatsby commercia ma anche il colore del sangue - e in oro. Gatsby invece è di razza bastarda. Vuole tutto quello che non è. E non sarà mai, nonostante gli sforzi. L'opposto dell'oro è infatti il giallo. Il giallo delle monete luride. Il crema volgare e insozzato della sua macchina, dei vestiti delle due donne alla festa che si contrappongono a Daisy e Jordan, in bianco e argento. Il colore falso dell'oro. Daisy è ricca, dalla bellezza dorata. Almeno, lo era. Sì, perché il personaggio di Daisy si corromperà a poco a poco perdendo la sua aurea e diventando sempre più bianca, vuota e indifferente. La sua storia con Gatsby le ha fatto rivivere un'epoca d'oro che però lei è ben cosciente non tornerà più.
Questo divario che separa i Buchanan da Gatsby e Nick si fa sempre più evidente nel confronto durissimo, dai toni drammatici, tra Tom e Jay. Il passaggio grottesco di Tom da libertino a moralista è il definitivo svelamento della sua natura ipocrita. Molto più ipocrita di Gatsby che appare ingenuo e imbarazzato, nonostante sia lui il losco figuro secondo le convenzioni sociali. Il confronto si può naturalmente leggere non solo come opposizione tra due cuori (uno prepotente e brutale e l'altro astratto e romantico) ma soprattutto tra materialismo e idealismo cioè il fondo del mito americano. L'America dei ruggenti anni venti, ma anche quella attuale, ha sempre oscillato tra ideali alti di libertà simboleggiati da un animale fiero e altero come l'aquila e il gretto e scellerato consumismo, specchio di una benedizione divina secondo una deformazione della morale protestante. Un Dio materialista e greve, perfettamente rappresentato dallo sguardo penetrante del cartellone pubblicitario, che sempre sarà lo sfondo dell'azione e da cui ci sentiremo sempre osservati. Questo chiasmo tra idealismo e materialismo è sia interno a Gatsby (apparentemente volgare arricchito ma in realtà poco attento al mondo materiale) sia esterno nel confronto con i Buchanan, con Myrtle e soprattutto con Wilson, un Orlando, uomo povero ma devoto, fino a perdere il senno, all'amore per la moglie. 
Nonostante i presagi di rovina siano presenti a partire dal primo capitolo e si palesano in successione rapidissima all'interno di questo settimo, per un solo momento, le cose sembrano andare al posto giusto. Il coupè azzurro di Tom parte con Daisy e Gatsby al suo interno. L'azzurro è il colore del cielo, il colore del sogno, tanto da poter associare a questo veicolo il simbolo magico del treno del desiderio. Invece il volgare macchinone giallo di Gatsby è occupato dai personaggi falsi di Tom e Jordan. Il gioco delle coppie è completo. Ma è solo l'ultima delle grandi illusioni. L'incidente d'auto, già più volte presagito all'interno del romanzo, è inevitabile. Myrtle è la vittima materiale, il sogno di Gatsby quella metaforica.  
Ironico come con un'anafora viene ripresa la frase che pronuncia in quest'occasione Nick “Così proseguiamo verso la morte” nel finale “Così remiamo barche controcorrente”. Indicate le due direzioni (opposte) del romanzo: fuggiamo dal fallimento, rifugiandoci nel sogno ma è proprio questo delirio che ci porta all'autodistruzione.
Il funerale dell'idea è ritualizzato dall'ultima veglia di Gatsby, che aspetta che qualcosa accada per salvare Daisy da Tom ma “non è successo nulla”. Nick lo lascia lì, a vigilare su niente. Perché l'indifferenza regna sovrana in casa Buchanan. Il bianco del vuoto li contraddistingue. Sono andati a dormire, intoccati dal delitto. L'immagine con cui si chiude il capitolo è agghiacciante. Daisy e Tom seduti l'uno di fronte all'altra, al tavolo della cucina, con un piatto di pollo fritto freddo tra loro e due bottiglie di birra. “Non erano felici ma nemmeno infelici”. Una vita fatta di menzogne rassicuranti. Lui la indottrina con parole animate, lei annuisce con la testa. Due cospiratori, suggerisce il narratore. Forse sono proprio loro gli assassini di Gatsby. 
L'ottavo capitolo è il precipitare sempre più desolato dell'azione. La follia delirante di Wilson, la spietatezza di Tom, il definitivo capitolare di Gatsby. Sono queste in successione le inevitabili conseguenze del disastro. L'ultima espressione del capitolo è: “l'olocausto fu completo”. L'assassinio di Gatsby dissolve la cortina onirica del romanzo. Infatti un cielo sconosciuto si apre solo adesso agli occhi ormai spenti di Gatsby. Il mondo reale, materiale ha ormai fatto irruzione. Esce di scena così l'uomo dal nome falso, forse unico personaggio dal cuore sincero. 
Nel nono e ultimo capitolo si celebra il suo mesto funerale che sancisce quello che Fitzgerald ha sempre sottolineato e cioè l'irrimediabile isolamento di Gatsby (il fatto che sia lui sia Daisy siano astemi mi ha sempre colpito nel profondo perché ci ho sempre visto un residuo devoto dell'amore che Daisy prova se non per Gatsby per la se stessa che stava con lui e che è definitivamente stata strozzata da un filo di perle).  
Come abbiamo notato dall'interpretazione cromatica - per altro discutibilissima e aperta a diverse interpretazioni - la vaghezza, quell'attenzione apparentemente inconcludente agli ambienti, degli abiti, delle atmosfere molli e struggenti che molti imputano come una colpa a Fitzgerald, in realtà, è necessaria a costruire  il sistema simbolico che intesse l'intreccio. “Una serie di eventi invisibili ma in qualche modo allarmanti”. Nel quinto capitolo, c'è una scena che racchiude il senso dell'intera narrazione: l'orologio che s'inclina, cade precipitosamente ed è afferrato al volo da Gatsby.
Oltre all'evidente tecnica pittorica usata dall'autore, notiamo una molteplicità di livelli stilistici: dal lirismo onirico, dalla parodia, alla satira, alla letteratura di costume. Attenzione maniacale anche alla dimensione sonora. Come in una poesia, la melodia che accompagna la narrazione è un elemento primario: “un suono d'organo permanente”, “un clacson a tre note”, “il diapason battuto su una stella”, la voce di Daisy, il rombo del motore delle auto, il tintinnare dei bicchieri, la musica. Tutto è melodia. Tutto è suono.
Per capire quanto sia fitto lo sfondo di richiami metaforici nel romanzo, basti pensare al ruolo dell'acqua e ai diversi significati che essa assume: il lago su cui Gatz diventerà, grazie alla vicinanza del pioniere Cody, il ricco e spregiudicato uomo che conosciamo; la pioggia che accompagna l'incontro tanto atteso con Daisy; la pioggiarellina beffarda del suo funerale; “la luna intrisa di luce che bagnava i suoi vestisti appallottolati sul pavimento” durante i suoi sogni; lo specchio d'acqua che lo separa da Daisy; ma ancora più significativa, l'acqua scura a cui Gatsby protende le braccia “tremando” alla sua prima apparizione in scena. L'ennesimo presagio. L'acqua, il più travolgente tra gli elementi naturali, che è metafora della morte, affoga le illusioni di Gatsby. E tuttavia ha qualcosa di positivo, di vitale in quanto direttamente contrapposta allo sterile grigio cenere della prosaicità, della banalità, della miseria. La terra desolata, omaggio a Eliott, su cui dominano gli occhiali gialli del dottor Eckleberg, simbolo del Dio commercializzato. Una terra artificiale, inquinata dall'uomo. Ma l'acqua stride anche con il bianco del vuoto, degli indifferenti e borghesi Buchanan, con “i loro abiti bianchi e gli occhi impersonali nei quali era assente ogni forma di desiderio”. Le ultime parole che Nick rivoge a Jay: “è gente marcia, tu vali tutto il dannato mucchio messo insieme”. L'acqua è trasparente ma nel romanzo è ora azzurra (come i giardini di Gatsby, come gli occhi del nuovo Dio) ora verde. Perché questi sono i colori di Gatsby, i colori divini, mitici del desiderio.      
Ma il romanzo non si chiude con l'immagine del corpo galleggiante, rigido e gonfio di Gatsby in piscina. E nemmeno con quella della pioggia battente sulla sua lapide. Non è l'azzurro, né il giallo, né il bianco né il rosso che chiudono il romanzo. Ma il verde.
Gatsby è stato “un povero figlio di puttana” ma è la purezza di Gatz che Fitzgerald fissa negli ultimi capitoli. La vera cifra stilistica del personaggio non sono le sue sontuose feste, i suoi traffici illeciti, il suo leggendario sorriso, il suo linguaggio artificioso. Bensì un momento di autenticità. Quando il padre umile e solenne di Gatz rivela a Nick la lista di obbiettivi prima piccoli poi sempre più grandi che Jimmy mirava a raggiungere. Quell'elenco di piccoli gesti che avrebbero dovuto farlo diventare migliore, che puntavano in alto, alla perfezione e poi ancora più su. “Jimmy era destinato ad andare avanti. Avete notato quanta importanza dava alla sua crescita? È sempre stato magnifico in questo”. È per questo che Gatsby è il grande. Gatz è l'uomo vitale, che lotta disperatamente. L'unico personaggio attivo in un romanzo pieno di lerci tradimenti, immobilismo e polvere. Un personaggio positivo, devoto all'ideale,“uscito a decidere quale porzione gli spettasse del cielo”.  
Ed è su queste note che il sipario cala, inondato di luce verde. La stessa che ci rimanda alla prima apparizione di Gatsby, intento a guardare il firmamento, proteso verso una mitica luce verde oltre la baia. La luce è quella di un faro posto davanti al molo, di fronte la casa di Daisy. Il suo Santo Graal. Il verde come ricerca, come orgasmica speranza di successo. Il verde dei lepricauni, della ricchezza. La storia di Gatsby, ad un primo livello melodrammatica e sentimentale, è la storia di una quest mitica, intessuta grazie al linguaggio fortemente simbolico di Fitzgerald. Nick, infine, collega la luce verde alla Storia delle origini del continente americano. Gatsby nell'explicit è paragonato ai marinai olandesi che per la prima volta osservavano Long Island dal mare e ammiravano “il fresco verde seno del nuovo mondo”. Il sogno individuale di Gatsby (recuperare la sua antica fiamma) viene sovrapposto ad un altro più universale, che oltrepassa il desiderio amoroso (d'altronde lo stesso Nick ammette che Gatsby “si era spinto al di là di Daisy, al di là di tutto” - ovvero il sogno americano). Il mito dell'America come terra delle infinite possibilità è quindi distrutto da Fitzgerald. Gatsby sì, è un self made man dal nome roboante. Ma è un gangster, per quanto vestito di rosa, oro e argento. È solo e disprezzato e infine rifiutato.

La personale lezione che traggo da questo capolavoro, tuttavia, non è quella del Mito perduto, del seppellimento sotto strati di cenere grigia della “generazione perduta”, del passato irripetibile. Piuttosto pesa di più sul mio cuore il finale che poteva avvenire ma non c'è stato. Il finale alternativo in cui Gatsby non viene ucciso, non ottiene Daisy ma è comunque lì, a scagliarsi contro la convinzione ragionevole e atrocemente esatta di Nick per cui il passato non si può ripetere. E lui lì, fradicio di pioggia, ostinatamente continuava a chiedersi, “a denti stretti, in attesa che il sogno si realizzasse”: Perché no?


Aspettiamo come sempre i vostri commenti per discutere insieme.
Vi ricordiamo anche che le date per il primo hangout saranno comunicate al più presto ai seguenti contatti:


martedì 21 maggio 2013

Gruppo di Lettura su Il Grande Gatsby - Discussione sui capitoli 4-6


A cura di Marco Locatelli
Cari lettori, oggi sarò io, Marco, a moderare la discussione sui capitoli 4, 5 e 6 de Il Grande Gatsby. Logicamente spero che la vostra esperienza di lettura sia positiva, e spero anche che il Gruppo di Lettura vi stia piacendo.
Nello scorso post sono stati analizzati da Leo i personaggi principali, mentre oggi vorrei parlarvi in particolare del personaggio che dà nome al libro e attorno al quale ruota tutto il romanzo. La decisione di trattare proprio di lui viene dal fatto che questi tre capitoli siano particolarmente Gatsby-centrici; dopo le introduzioni al setting e ai protagonisti, finalmente il romanzo entra nel vivo utilizzando flashback e altri espedienti narrativi per trascinare il lettore nel vivo della storia.
Scopriamo in questi capitoli di particolari intrecci di cui non potevamo nemmeno sospettare, e veniamo a conoscenza di un nuovo lato di Gatsby.

La primissima impressione che mi sono fatto di Gatsby è quella di un uomo affabile e affascinante. Viene presentato come l'uomo che tutto può, una persona con talmente tante risorse da potersi permettere di non curarsi dell'esito delle cose. Ospita feste incredibili nella sua magione, senza interessarsi delle voci che girano su di lui a suddette feste, non importandosi di quanta gente non invitata si approfitti della sua benevolenza, dando sempre un'immagine regale e perfetta di sé.
Un personaggio talmente perfetto e composto sicuramente dovrà nascondere qualche segreto: tra le varie supposizioni dei suoi ospiti sentiamo anche parlare di affari loschi, illegalità di vario genere.
Ciò che questi tre capitoli però ci propongono è un lato umano.
Il lettore viene costantemente sballottato tra una visione di Gatsby e l'altra.
Il quarto capitolo si apre con una riflessione sugli invitati, come se fosse un'ostentazione o una semplice realizzazione della sua ricchezza da parte del narratore Nick. Rimane nella narrazione quella sensazione di meraviglia comune che si prova quando si pensa alle feste di Gatsby, alla musica e ai colori, agli invitati provenienti da diversi parti della città. Eppure, si procede con una nota più personale, intima e meno sfarzosa. Nick continua a frequentare Gatsby, accorgendosi così di non conoscerlo davvero, e notando, testuali parole, "che aveva poco da dire". La stupore iniziale si trasforma in abitudine, e Nick definisce Gatsby come "semplicemente il proprietario di una casa molto vicina alla mia".
Ma è possibile che la magia iniziale del libro si spenga così presto? Non proprio. Perché la luce inizia a fare spazio ad un accenno di oscurità, e anche nell'oscurità è possibile trovare qualcosa di interessante.
Jay Gatsby inizia a parlare con Carraway del suo passato, quasi a volersi pulire di dosso le voci infondate sulla sua storia con un atto di onestà sicuramente apprezzato, reso dubbio però da alcune affermazioni che Nick sente pronunciare in seguito da Wolfsheim. Alcune parole fanno intendere che Gatsby non sia un personaggio del tutto onesto e che abbia veramente qualcosa da nascondere.
A parer mio è molto interessante vedere questo contrasto nello stesso capitolo e in poche pagine: si apre tutto con dell'onestà, e si chiude con l'esatto contrario.
Successivamente, veniamo a conoscenza del passato di Daisy e di come questo sia legato alla storia di Gatsby. Non voglio soffermarmi su questo punto proprio perché è tutto scritto nel libro in maniera chiara — vorrei invece analizzare Daisy dal punto di vista di Gatsby stesso, perché trovo che sia questo il punto in cui le cose iniziano a farsi interessanti.
Gatsby abbandona involontariamente la sua maschera da uomo vissuto e si rigetta in torpori passati, dando spazio a un'insicurezza inaspettata e curiosa.
Daisy non solo riporta Gatsby al passato, ma lo spoglia di qualsiasi ingegno rendendolo estremamente vicino al lettore (tra parentesi, vicino al lettore ma non al narratore. Io, da parte di Nick Carraway, ho notato un'empatia quasi necessaria, comoda, ma non sentita. La cosa è in linea con il pensiero che ha di Gatsby, dato che dall'inizio è sempre stato più o meno scettico nei suoi confronti).
L'incontro tra Gatsby e Daisy nel quinto capitolo inizia in maniera estremamente imbarazzante. Gatsby viene descritto come agitato, dubbioso e paranoico al solo pensiero di Daisy. Letteralmente, questo capitolo è la rappresentazione di come un sogno possa diventare realtà, e non nel modo sperato.
Perché Daisy, per Gatsby, equivale solamente un sogno, ed ogni suo passo verso di lui equivale all'avvicinamento ad una realtà più o meno scomoda. Non si tratta più del desiderare la luce verde associata a Daisy Buchanan, ma di confrontarsi dopo tanti anni con una persona ormai perduta. I due appartengono a due realtà separate che Gatsby adorerebbe vedere congiunte.
I due personaggi si riuniscono, ma nonostante tutti gli sforzi non c'è ancora un completamento.
Il sesto capitolo invece ci rivela di più su Jay Gatsby, e sull'importanza di un nome. La tematica del nome è una delle mie preferite in letteratura, e adoro vedere come i nomi possano corrispondere anche a più versioni di uno stesso personaggio, o come rivelino dettagli man mano. Il modo in cui Gatsby cambia nome ha un effetto evidente sulla sua immagine, e al lettore sembra quasi di vedere due facce totalmente distinte dello stesso essere umano, l'una legata strettamente all'altra.

"Lo aveva cambiato a diciassette anni, nel momento in cui ebbe inizio la sua carriera [...]
Probabilmente già allora teneva il nome pronto da un pezzo."

Il cambiamento sembra essere avvenuto in modo spontaneo e diretto all'esterno, ma graduale all'interno. James Gatz è il figlio di contadini, mentre Jay Gatsby viene definito "scaturito da una concezione platonica di se stesso. Era un figlio di Dio [...]"
Vediamo passare Gatz a Gatsby, da un mondo povero a un mondo ricco ma non per questo privo di sforzi. Gatsby non solo si è preoccupato fisicamente della sua figura, ma ha sudato per farlo. Tutto questo mi ha ricordato particolarmente di due personaggi provenienti da uno dei miei libri preferiti, The Raven Boys. Tali personaggi, Adam e Gansey, somigliano molto a Gatsby pur essendo quasi opposti, o meglio complementari. Adam somiglia di più a James Gatz, costantemente in creazione di se stesso, mentre Gansey potrebbe essere considerato vicino al Gatsby adulto (notate la somiglianza nei nomi?).
Il punto principale di questo capitolo, però, è il modo in cui Gatsby si relaziona con Daisy e, di conseguenza, con Tom. Dopo avere invitato entrambi ad una delle sue solite feste, Gatsby si ritrova a dover fronteggiare due forzature: quella che ha nei confronti di Tom Buchanan è un obbligo di formalità, un obbligo sociale, mentre la forzatura che prova per Daisy è piena della sua moralità distorta e intima. Ho adorato particolarmente il modo in cui Gatsby lascia trasparire questo suo obbligo, questa propensione ad aggiustare le cose, a tornare al passato — in particolare, è molto interessante il fatto che Nick venga colpito duramente da questo suo comportamento. Non mi è per nulla chiaro se Gatsby cerchi in Nick un amico vero, o un giocattolo. Mi piacerebbe vedere uno sviluppo su questo nei prossimi capitoli.

Quali sono invece le vostre opinioni su Gatsby? Quali sono i dettagli del suo comportamento che più vi hanno colpito?
Cosa vorreste vedere in lui nei prossimi capitoli?
Non esitate a commentare e a darci la vostra opinione. Potete proporre domande o nuovi spunti di riflessione inerenti a questi tre capitoli.
La tappa successiva, sui capitoli 7, 8 e 9, verrà moderata da Ilenia il 27 maggio.


venerdì 10 maggio 2013

Gruppo di Lettura su Il Grande Gatsby - Discussione sui capitoli 1-3


Bene, compagni di lettura, è giunto finalmente il momento di intavolare la discussione sui primi tre capitoli de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, che, già con le prime pagine, non ha mancato di farsi sbattere contro la testa del sottoscritto, mentre mi chiedevo come abbia fatto a ignorarlo per così tanto tempo. Fortuna ha voluto che si tratti di un volume dalle modeste dimensioni, ma dai contenuti vastissimi
Fitzgerald è probabilmente, insieme ad Hemingway, l'autore più conosciuto della Generazione Perduta, ovvero quel gruppo di scrittori americani che raggiunsero la maggiore età durante la Prima Guerra Mondiale e che espatriarono in Francia in seguito ad essa. Fitzgerald stesso la renderà prima, nel 1921, meta di un lungo viaggio nel Vecchio Continente e vi tornerà poi in occasione di un trasferimento di ben cinque anni in Europa con la speranza di ridurre le spese. 
Proprio durante questi anni vedrà la luce Il grande Gatsby, pubblicato a Parigi il 10 Aprile del 1925 e sul quale vi riversa tutta la sua esperienza da giovane cittadino americano che ha potuto tastare con mano la rivoluzione politica, economica e sociale a cui il primo conflitto mondiale aveva portato, creando quello che è tutt'ora considerato il ritratto più riuscito dei ruggenti anni 20' newyorkesi e, in generale, di un America sulle note di un jazz ricco di promesse, sogni  e speranze, che verranno violentemente spazzate vie dall'uragano della Grande Depressione.

  • Nick Carrawey

[...] dopo tutto la vita si osserva con maggior vantaggio da una finestra sola. 

Necessari per l'impostazione del background sono proprio i primi tre capitoli. Ci viene presentata sin da subito la collocazione della storia, ovvero Long Island, la prosperosa isola dello Stato di New York, divisa da Fitzgerald nelle due zone di Est Egg e West Egg. Proprio su quest'ultima abita Nick Carrawey, il narratore della storia, un uomo nella media,  borsista modesto, un tipo comune, a suo stesso dire "il più limitato degli specialisti, versato un po' in tutto". Proprio quest'uomo capace di accontentarsi di poco diviene il testimone prescelto, il piccolo osservatorio grazie al quale il lettore viene introdotto alla storia del misterioso vicino di casa Jay Gatsby  e messo dinanzi al suo mondo gaudente di feste, alcool, jazz e tanti soldi. 
La stessa casa di Nick  rispecchia la condizione del suo proprietario  in quanto si trova al centro di quella sorta di climax figurativo che vede, poco più a Ovest, la lussureggiante e maestosa villa di Jay Gatsby, dove si organizzano grandi feste sontuose e frequentatissime, mentre, sulle sponde di Est Egg, la pur sempre ricca ma raffinata dimora di Tom Buchanan e di sua moglie Daisy. Nick si trova al centro di due differenti culture di ricchezza e, per questo motivo, affetto da quel connaturato disagio tipico di chi è diviso tra due mondi e non appartiene completamente a nessuno dei due.  Allo stesso tempo però questa sua posizione ai confini di due classi sociali gli permette di osservare e analizzare con occhio critico chi gli sta attorno, ed è qui che mi sorge un dubbio: le prime righe del romanzo vedono Nick affermare di avere la tendenza a evitare ogni giudizio sulle persone. Non è un'affermazione abbastanza ambigua per un uomo che, due capitoli dopo, si attribuisce la virtù cardinale dell'onestà, cosa su cui questo possiamo che essere d'accordo vista la schiettezza che dimostra frequentemente? Si intravede comunque alla fine del terzo capitolo un inizio evolutivo del personaggio: la sua cotta per Jordan mi fa prevedere, infatti, un suo maggior coinvolgimento nel mondo dei ricchi, e, di conseguenza, un possibile mutamento (o decadimento?) dei valori fin qui dichiarati. 
Staremo a vedere. 

  • Tom Buchanan e Myrtle Wilson

Adesso era un uomo sui trent’anni, biondo-paglia, massiccio, dalla bocca dura e dai modi altezzosi. Due occhi lucidi e arroganti gli avevano stampato in viso la capacità di dominio e gli davano l’aria di sporgersi continuamente in avanti con fare aggressivo. Neanche l’eleganza effeminata di quegli abiti da cavallerizzo riusciva a celare la forza enorme di quel corpo (…). Era un corpo poderoso dalla forza enorme: un corpo crudele.

Con questa descrizione ci viene presentato Tom, ovvero, come ho accennato prima, il personaggio-nemesi di Gatsby. Lui non è uno dei nuovi ricchi figli della Prima Guerra Mondiale, lui fa parte dei vecchi aristocratici, i soldi e il potere gli scorrono nelle vene per via famigliare. Se spesso Gatsby è paragonato, anche solo per grazia e aspetto fisico, ad un gatto, Tom ha invece tutte le fattezze di un cane dalle movenze minacciose, aggressive. La sua stessa voce tradisce superbia e arroganza, nessuno deve contraddirlo - specialmente se questo qualcuno proviene da una classe sociale inferiore - e, soprattutto, è determinato a mantenere la sua supremazia, basti notare l'agghiacciante discorso sulla superiorità della razza nordica e sulla paura che le nuove razze possano sommergerla (si noti la metafora razza nordica=vecchia aristocrazia nuove razze=nuovi ricchi). Ma, d'altro canto, va detto che è pur sempre amico di Nick e che lui stesso è infastidito dall'aggettivo che gli affibbia la moglie, "mastodontico", il che fa presupporre che non sia una persona cattiva per natura, semplicemente vuole mantenere il totale controllo su ciò che è suo.  
Tom è un personaggio borghese, fisico, attaccato ai beni materiali, che gli sono utili proprio per ostentare la sua superiorità e potenza, che vediamo sia dagli eccentrici  acquisti che fa, dal modo in cui spende facilmente e vistosamente il proprio denaro, sia dalla sua relazione con Daisy, che per lui è solo un bellissimo oggetto necessario al completamento della sua figura di uomo potente, facoltoso e capace di avere qualunque cosa desideri. Compresa Myrtle Wilson, la sua amante, sposata con un meccanico della povera e squallida Valle delle Ceneri (l'odierno quartiere Queens). Dall'unica scena durante il quale Myrtle appare in questi tre capitoli iniziali, mi sembra di poter affermare che Tom ama Myrtle quanto Daisy, anzi, probabilmente anche meno. Lui ritiene che la moglie sia troppo stupida per venire a sapere della sua amante e non fa assolutamente nulla per nascondere la cosa agli occhi della società, anzi, come per Daisy, ho il sospetto che l'unico motivo di questa relazione sia non solo l'autocompiacimento di Tom per la consapevolezza del poter avere tutto, ma sopratutto il voler mostrare questo potere a chiunque: e qual è il maggior segno di grandezza per un uomo? Un bella amante. Fortunatamente Myrtle è una donna talmente frivola, corrotta dal denaro e tanto stupida da accettare senza ombra di dubbio la menzogna che Tom adduce per giustificare la sua impossibilità di divorziare, ovvero l'orientamento cattolico della moglie. D'altro canto non vi è vero amore neanche da parte di Myrtle. Lei è affascinata da ciò che Tom le può offrire, non da Tom come persona. Vuole avanzare nella scala sociale, quando è con lui assume atteggiamenti aristocratici (sale solo sul tassì color lavanda e dai cuscini grigi, organizza party pur mancando totalmente dell'abilità di Gatsby nel fare da ospite, ostenta grandi facoltà economiche anche tramite un semplice vestito), tratta con disprezzo gli appartenenti alla sua reale classe sociale, anzi, parla di quest'ultima come se non vi facesse parte ("L'ho detto al ragazzo di portare del ghiaccio" e "Che gente! Bisogna starci sempre dietro.").


  • Daisy Fay e Jordan Baker
Mi rivolsi di nuovo a mia cugina, che incominciò a farmi domande con quella  sua voce bassa e conturbante. Era il tipo di voce che l’orecchio segue in tutte le  modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà  mai più ripetuto. Il suo viso era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi  splendenti e una splendente bocca piena di ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile dimenticare: era un invito modulato, un «ascoltami» bisbigliato, che prometteva per l’ora seguente cose gaie e interessanti come quelle vissute un minuto prima.

Daisy è la bellezza. Una bellezza luminosa, disarmante e capace di ammaliare qualsiasi uomo e non è un mistero l'ossessione di Gatbsy nei cuoi confronti, ma, dovendo trattare per ora solo i primi tre capitoli del romanzo, rimandiamo la discussione sulla sua relazione con il ricco festaiolo ai prossimi interventi. 
Per ora Daisy è apparsa una sola volta, ma poche pagine e le emozionate descrizioni di Fitzgerlad bastano a dare l'idea del suo splendore fisico. 
All'apparenza sembra che lei abbia avuto dalla vita il suo felice happy ending, eppure dietro il suo aspetto un po' svampito e i suoi discorsi alquanto frivoli, si nasconde una personalità sofferente e consapevole del tramidemto del marito, una donna che dice di essere diventata cinica e augura a sua figlia la stupidita perchè "è la miglior cosa che una donna possa essere a questo mondo, una bella piccola stupida". Mi domando se questa ragazza troverà mai la forza d'animo per ribellarsi a Tom o se le sue rimarranno solo parole vuote uscite dalla bocca di una bambolina bionda.
Jordan Baker, amica intima di Daisy, è invece una campionessa di golf, donna sexy, ammirata e nota negli ambienti mondani. Sopratutto, però, Jordan è una donna forte, egocentrica, libera e disonesta. Lei è totalmente distante dall'immagine femminile antecedente alla Prima Guerra Mondiale (le donne di Jane Austen, per intenderci), non pensa al matrimonio, non è schiava di nessuno ed è pronta per sopravvivere al ventesimo secolo. Lei è la nuova donna che porterà al movimento di emancipazione femminile. 
Sarà proprio questo personaggio a coinvolgere Nick nell'alta società, e proprio il terzo capitolo si conclude con il nostro narratore che ammette di provare qualcosa nei suoi confronti, pur riconoscendo in lei quella suddetta pericolosa disonesta e facendone il seguente riuscitissimo ritratto:

Jordan Baker evitava per istinto gli uomini intelligenti e scaltri, e ora capivo che ciò avveniva perché si sentiva più al sicuro in un ambiente in cui venisse considerata impossibile qualsiasi infrazione alle buone regole. Era incurabilmente disonesta. Non riusciva a tollerare di trovarsi in posizioni di svantaggio, e data questa insofferenza immagino che abbia incominciato già da giovanissima a usare sotterfugi per poter rivolgere al mondo quel freddo sorriso insolente e insieme soddisfare le esigenze di un corpo resistente e vivace.


  • Jay Gatsby

No: Gatsby alla fine si rivelò a posto; fu ciò che lo minava, la polvere sozza che fluttuava nella scia dei suoi sogni a stroncare momentaneamente il mio interesse nei dolori passeggeri e nei fuggevoli orgogli degli uomini.


E ora arriviamo finalmente a Jay Gatsby, il grande protagonista che fa da nodo centrale della vicenda, quello a cui tutti i personaggi sopraelencati convergono, senza però riuscirne a superare il fascino, l'aura di mistero che lo avvolge e che in questi tre capitoli cresce pagina dopo pagina. Ne sentiamo parlare per la prima volta da Jordan a casa dei Buchanan, poi Nick lo vede guardare le stelle in una scena intrisa di dolce malinconia, in seguito ci vengono raccontati i pettegolezzi che girano sul conto di quest'uomo tra gli invitati alla sua festa, c'è chi lo descrive come un assassino, chi come un eroe e, infine, quando ce lo troviamo finalmente davanti, diventa difficile discernere le sue qualità, capire che genere di uomo sia, superare l'enigma che lo avvolge. Alla fine del capitolo sappiamo poche cose di lui: ha combattuto durante la guerra, è molto ricco e organizza feste indimenticabili con un numero vertiginoso di invitati. Sappiamo anche che è coinvolto nel commercio illegale di alcool: questi sono gli anni del proibizionismo, la vendita di bevande alcoliche è stata bandita, eppure le sue feste straripano di tale nettare, anzi, è proprio questo uno degli elementi che le rende indimenticabili.
Ma quale bisogno lo spinge a riempire la sua casa di gente? Probabilmente una mancanza, un vuoto, un'assenza che ha bisogno di essere colmata.



Ora tocca a voi instaurare la discussione. 
Quale parere vi siete fatti su questi personaggi? Sentitevi liberi di arricchire, chiarire o stroncare qualche punto della mia analisi. Fate domande, se ne avete, o proponete ulteriori spunti di lettura che sicuramente mi saranno sfuggiti. 
Oh, e ricordate che vi aspettiamo il 22 Maggio per la discussione sui capitoli 4-6!


mercoledì 1 maggio 2013

Gruppo di Lettura: Il grande Gatsby - Francis Scott Fitzgerald


Presentazione

Oggi inizia il mese di Maggio, che, oltre ad essere il mese della fantastica iniziativa Il Maggio dei Libri e del Salone del libro di Torino, a cui purtroppo non potrò partecipare, ci ricorda che la bella stagione è quasi arrivata e con essa una lunga pila di libri già pronti per essere sfogliati sotto il caldo sole d'estate.  E no, per quanto mi riguarda, non si tratta si Sfumature e altre amenità, ma di quei volumi che l'inverno non mi ha dato il tempo (e la pazienza) di leggere, quei libri che, vuoi per eccessiva lunghezza, vuoi per profondità di temi, hanno bisogno di essere letti durante interi pomeriggi di dolce far niente. 
Tra di questi vi avevo inserito Il grande Gatsby, il celebre classico della letteratura americana di Francis Scott Fitzgerald. Fortunatamente, un colpo di genio inaspettato ha voluto che qualche giorno fa mi ricordassi della prossima uscita, prevista per il 16 Maggio, dell'omonimo film di Baz Luhrmann e mi sono così catapultato sulla mia libreria, ho acciuffato la mia copia del romanzo e constatato che sì, sono ancora in tempo per leggerlo almeno entro la fine del mese. 
Poi è arrivata la seconda grande (?) idea, ho immediatamente contattato Marco di Galassia Cartacea e insieme e si è deciso non solo di leggere il libro contemporaneamente, ma anche di farlo con chiunque avesse voglia di unirsi a noi. Ahimè, virtualmente, ovvio. 
Nasce così l'idea di organizzare questo gruppo di lettura (o rilettura) de Il grande Gatsby.
Sappiamo che non si tratta dell'idea più originale del mondo, sappiamo anche che i gruppi di lettori ormai impazzano per il lit-web, ma siamo davvero curiosi e felici di fare questa sorta di esperimento, poiché, alla fine dei conti, si tratta solo di un'estensione di ciò che facciamo sul web ogni giorno, con ogni post e ogni video, ovvero condividere con le nostre impressioni su ciò che leggiamo e cercare di instaurare un confronto con quanta più gente possibile.
Ma passiamo alla parte pratica, ovvero, come si svolgerà il gruppo di lettura.
Dunque, siamo andati a spulciare quelli che sono stati i progetti simili fatti da altri blogger ben prima di noi, ma non trovando uno schema che ci convincesse appieno e, soprattutto, che fosse adeguato alle nostre tempistiche, abbiamo sviluppato una soluzione più originale e il più semplice possibile sia per noi che gestiremo il tutto, sia per voi, che, speriamo, vorrete cimentarvi in questa iniziativa.

Partecipazione e Svolgimento

Per partecipare al gruppo di lettura basterà lasciare un commento sotto questo post o sotto il video di Galassia Cartacea: ciò non avrà alcuna vera utilità ai fini del progetto, ci servirà soltanto a capire su quanti partecipanti possiamo contare. 
Come ho detto lo svolgimento del tutto sarà il più semplice possibile. 
Innanzitutto avrete bisogno di una copia de Il grande Gatsby, che può essere cartacea o elettronica, per noi è indifferente. Se decideste di optare per la cartacea, vi consiglio di spendere qualche euro in più e acquistare o la semplice ma qualitativamente ottima edizione Einaudi - quella che possiedo io - o la più costosa edizione Mattioli, curatissima e con la copertina originale del romanzo. In caso foste, invece, totalmente a corto di soldi, in libreria potete trovare la nuova edizione Newton Compton a novantanove centesimi.
Questo blog ospiterà durante il mese di Maggio tre interventi curati rispettivamente da me, Marco e Ilenia, ospite speciale dal blog Con amore e squallore. Il grande Gatsby consta di nove capitoli e ogni intervento tratterà di volta in volta tre capitoli. Gli interventi serviranno ad avviare una discussione attiva, ci aspettiamo quindi i commenti di tutti i partecipanti e sarete, ovviamente, liberissimi di assecondare o contestare la nostra opinione, fare domande, lanciare nuovi spunti di riflessione
Queste sono le date previste per i vari interventi:

Primo Intervento di Leo - Capitoli 1-3 -10 Maggio
Secondo intervento di Marco - Capitoli 3-6 - 22 Maggio
Terzo intervento di Ilenia - Capitoli 6-9 - 27 Maggio

Ma non finisce qui. A conclusione del progetto vi saranno due hangout su YouTube, ovvero due ritrovi in due date diverse sul canale di Galassia Cartacea
Perchè organizzare questi ultimi due appuntamenti?
Semplice, il primo ritrovo, a cui tutti i partecipanti del progetto dovrebbero cercare di partecipare, servirà a parlare completamente del romanzo, a scambiarci tutte le nostre opinioni a lettura conclusa e a chiarire alcuni dubbi, nel caso ce ne fossero. Il secondo ritrovo, invece, sarà invece più elastico e solo per coloro che, nel frattempo, hanno visto il film di Baz Luhrmann e hanno voglia di parlarne insieme a noi. 
Oh, ovviamente non dovrete mostrarvi in video, saremo solo noi tre a farlo, mentre voi comunicherete con noi tramite la chat che YouTube mette a disposizione per questo genere di cose.  Per prevenire eventuali ritardi o intoppi vari non abbiamo ancora stabilito le date degli hangout, ma saranno divulgate di volta in volta ai seguenti contatti:

Pagina Facebook di Galassia Cartacea


In caso non usaste nessuno dei suddetti social newtork, potete lasciare la vostra mail nel commento di iscrizione e io provvederò a comunicarvi le date degli hangout non appena disponibili.  


Ora tocca a voi. Commentate, iscrivetevi e leggete, leggete, leggete.
Noi ci rivediamo qui il 10 Maggio con la prima discussione!